Incontinenza urinaria

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Un grande tabù. Moltissime donne ne soffrono, nessuno ne parla. Tranne gli spot sui salvaslip, che accennano a quelle “fastidiose fughe d’urina”, ma non si capisce chi ne soffre e soprattutto perché. Lasciano quasi passare il messaggio che si tratti di una condizione normale, che fa parte della vita quotidiana della donna e con cui bisogna convivere. E l’unica soluzione è portare salvaslip ogni giorno.

Ma cos’è l’incontinenza urinaria? L’International Continence Society la classifica come “qualsiasi perdita involontaria di urina, obiettivamente dimostrabile” (Abrams P. et alias, 2002). Queste perdite possono manifestarsi in vari modi: può esserci una fuga d’urina durante uno starnuto, un colpo di tosse o degli esercizi fisici (incontinenza da sforzo); può capitare che il desiderio di svuotare la vescica arrivi improvviso e talmente forte da non riuscire a raggiungere un bagno senza avere delle perdite (incontinenza da urgenza); oppure può essere un’incontinenza mista, che assume i caratteri delle due precedenti.

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Sfatiamo subito un mito: l’incontinenza urinaria non colpisce solo le donne di una certa età. Può capitare ad adolescenti con gli ormoni in festa, pallavoliste che saltellano in palestra e ogni tanto perdono qualche goccia, giovani adulte, in gravidanza e dopo il parto, e a donne che entrano in menopausa.

Come mai si soffre di incontinenza? Ci sono diversi fattori e stili di vita che influiscono sullo sviluppo di questo disturbo. Gli sbalzi ormonali, tipici dell’adolescenza e della menopausa, possono ad esempio andare ad influire sul muscolo dell’uretra, indebolendolo. La gravidanza rappresenta una vera sfida per il perineo, che deve imparare a reggere un peso ben più grande del solito, ed è influenzato da ormoni che tendono ad ammorbidire i suoi tessuti. Anche il parto, in quanto papabile evento traumatico per il pavimento pelvico aumenta il rischio di incontinenza. Queste sono le fasi fisiologiche della vita della donna, che alcune volte possono comportare qualche conseguenza. Ma ci sono anche stili di vita sbagliati che ci portano all’incontinenza: spingere per urinare anziché rilassare, trattenere troppo a lungo la pipì o, al contrario, andarci molto spesso, anche quando non c’è lo stimolo. Non sedersi e assumere posizioni da squat nei bagni pubblici.

Il problema più grande è che dei tre milioni di italiane sopra i 40 anni che soffrono di disturbi della continenza, ben poche sono consapevoli di poter essere curate. Per le altre, la propria condizione è percepita come stigma inevitabile. Un atteggiamento di rassegnazione, determinato dalla convinzione che a una certa età perdere urina è quasi normale. Inoltre l’imbarazzo causato da questo disturbo spesso spinge le donne a nascondere il problema ed evitare quindi di rivolgersi ad un medico.

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Certo, è un disturbo fastidioso e limitante: l’incontinenza paralizza e rende difficile la vita quotidiana, sociale, lavorativa e relazionale. Una patologia che pregiudica la qualità della vita e con cui ci si sforza di imparare a convivere. Se la donna diventa schiava della propria incontinenza, finirà per limitare la propria vita evitando viaggi, isolandosi, preoccupandosi sempre di sapere dov’è la toilette più vicina, comprando badilate di salvaslip, perdendo stima in se stessa, evitando rapporti sessuali per paura di non riuscire a trattenersi. Tenderà a bere meno durante il giorno e svuotare la vescica frequentemente, nella speranza di non avere in vescica liquidi che possano essere persi.

Un vero dramma insomma.

L’incontinenza urinaria può essere curata: secondo le linee guida, il primo approccio è sempre riabilitativo. Intraprendere un percorso con un’ostetrica, un fisioterapista o un infermiere specializzati nella riabilitazione del pavimento pelvico, favorisce il miglioramento e spesso la risoluzione del problema.