
È curiosa e paradossale l’affermazione “il terapeuta è paziente!“
Essa può racchiudere due significati:
- Il terapeuta è paziente, in quanto rispetta i tempi di psiche.
Ogni paziente arriva in seduta con conflitti interiori, disagi e dolori che necessitano di una elaborazione che richiede del tempo. Il terapeuta, quindi, è una specie di giardiniere che si prende cura delle sue piante. Sa quando è tempo di seminare, di innaffiare, di potare i rami secchi. Sa attendere e rispettare dei tempi ben precisi per apprezzare la crescita delle sue piante che tanto ha curato.
Così, anche il terapeuta attende il naturale germoglio dell’anima del paziente.
Come il giardiniere, il terapeuta ha il compito di far fiorire psiche, cioè l’anima del paziente. - Il terapeuta è paziente… ed il paziente è terapeuta!
Forse qualcuno vorrebbe radiarmi dall’Ordine degli Psicologi, ma questo azzardato gioco di parole esprime come la relazione terapeutica non sia unidirezionale, ma bidirezionale. C’è uno scambio reciproco in questa relazione.
Il dolore del paziente è spesso anche quello del terapeuta.
Mi capita spesso di sentirmi un po’ “debitrice” verso i miei pazienti, per quello che mi danno e mi hanno dato. In seduta portano fragilità, dubbi, desideri, forze, risorse che appartengono anche a me.
Al termine di ogni incontro, quindi, pure io porto a casa qualcosa… riflessioni, emozioni, immagini, commozioni.
Posso dire, dunque, che anche i pazienti “curano” i terapeuti?
